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Critica di Antonio Caggiano
Alla periferia di Ferrara e all'ingresso di Masi Torello, dopo un'agile svolta, si incontra un crocicchio di case con nel retro la densità della pianura contro la quale sembra schiacciarsi il cielo.
In una di queste case abita e lavora Alberta Grilanda , che vi è nata, allorché il padre -con sen-so artistico - vi forgiava il ferro.
Una stanza dopo l'altra si succedono sculture in terracotta, nè mancano bozzetti, incisioni ed acquerelli.
Un vasto repertorio e in primo piano il rosso fulvo della terracotta con figure sacre e profane, suggestive nel segno dell'amore e della tenerezza, bassorilievi in cui decorazioni ed immagini si fondono in senso moderno pur conservando nello stile i canoni della tradizione.
Continuando il cammino fra tavoli e caminetto la serie delle sculture sembra aumenti come l'ingresso in un fantastico palcoscenico di interpreti uno dopo l'altro sino al coro finale. E fi-nalmente Alberta ci fa sapere che "quei lavori -vede- si basano su sostegni archetipi: sono le radici di questa terra".
L'avevamo intuito così come abbiamo pensato ad Ernst in contatto con gli anelli perforati dalla luce che ci seguono ed inseguono dovunque.
Ed ancora simbologie, memoria classica da Ariosto a Tasso, visionarietà, momenti di vita: c'è la stessa poesia domiciliare di Corrado Govoni e la teatralità di Gabriele d'Annunzio. E se queste statue - con figurazioni di ieri e di oggi - parlassero?
Per il momento sembra che ascoltino con attenzione il piccolo Michele che recita Leopardi.
Noi intanto pensiamo a Ertè (Romain de Tartoff) le cui mani decorarono l'immaginario dì un secolo (il Novecento) per augurare ad Alberta un brillante prosieguo artistico fra memoria e futuribilità.
Antonio Caggiano
Ferrara, 24 novembre 1998
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